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Ho conosciuto
Gino Palumbo a Benevento. Era oratore di un convegno sullo sport, insieme
con un giovanissimo Luca Cordero di Montezemolo, attuale presidente della
Ferrari. Settembre 1979.
Mi presentai con la naturale timidezza dei giovani dinanzi ai Miti. Lui,
direttore della Gazzetta, io radiocronista a Radio Irpinia e collaboratore
sportivo, da Avellino, del Corriere della Sera.
Gli raccontai del mio sogno professionale, lui se l’annotò
dicendomi: <Guarda che ti conoscevo di firma. Non sei male, ma dovrò
metterti alla prova>. L’occasione capitò di lì
a poco. La Gazzetta doveva sostituire l’ormai anziano corrispondente
che aveva nella mia città. Mi arrivò una telefonata da Milano:
<Che ne dici di passare con noi? Però dovrai lasciare il Corriere,
ti vogliamo in esclusiva e non ti possiamo pagare una lira: siamo in amministrazione
controllata>.
Accettai di buon grado, era l’occasione che aspettavo: tanto, pure
a Radio Irpinia non è che beccassi un soldo. Puro dilettantismo,
ma divertente: all’ora della partita sentivo di avere in pugno la
città. Le emozioni di migliaia di persone dipendevano dalle mie
parole, dai miei racconti. Che sballo.
Passa qualche mese, le soddisfazioni aumentano e Palumbo, in occasione
di un Milan-Avellino, mi invita in Gazzetta. Presentazioni di rito ai
giornalisti più famosi (Maradei, Mosca, Mentana, Rovelli…)
poi un salto a casa, da donna Carmen, sua moglie, che aveva preparato
gnocchi ai quattro formaggi e mozzarelline di Mondragone per l’ospite
campano. Che, sfortunatamente, è allergico ai derivati del latte
…..
Approfondiamo il discorso professionale, il direttore mi scruta severo:
<Devi dirmi se intendi fare radio e televisione o il giornale>.
E adesso che gli dico? <Dipende. Se il giornale fosse la Gazzetta,
non avrei dubbi. Anche se mi sento più portato a emulare Ciotti>.
Me ne torno a casa senza alcuna promessa, ma con una nuova speranza che
cresce dentro. E quando, 23 novembre 1980, la furia del terremoto si abbatte
sull’Irpinia, la prima telefonata è di Gino Palumbo: <Tutto
a posto?>. Mica tanto, sono in una roulotte.
Partirono da Milano un ordine (<mettiti alle costole della squadra>)
e un vaglia di cinquecentomila lire (<Per le spese che incontrerai.
E non dovrai giustificarle>). L’Avellino si trasferì a
Montecatini e poi a Trieste per giocare contro Pistoiese e Udinese. Lasciai
per dieci giorni il dramma irpino e mi immersi per la prima volta nel
ruolo di inviato di un grande giornale. Brividi veri.
Occorrevano però altri esami. L’anno dopo Gino Palumbo mi
spedì a Napoli in sostituzione del corrispondente ammalato. La
squadra stava lottando per evitare la la retrocessione in B, c’erano,
al solito, dei problemi societari con Ferlaino che si era tirato in disparte
cedendo la presidenza ad un suo amico. Insomma, un ambiente terribile,
una trappola vera con colleghi più esperti in costante agguato.
Una prova del fuoco.
Fortunatamente la superai e il direttore, congratulandosi, mi disse: <Adesso
sei dei nostri, stai tranquillo che appena usciremo da questa emergenza
amministrativa e il giornale potrà riprendere ad espandersi, ti
assumerò>. Così fece. Giugno 1983.
Gino Palumbo mi accolse con poche, indimenticabili, parole: <Adesso
viene il difficile: comportati sempre con lealtà sia verso i colleghi
degli altri giornali che nei confronti dei tuoi concorrenti interni. Comincia
una gara, falla senza colpi bassi, senza barare: i mezzi per vincerla
ce li hai. Ricordati di amare lo sport dilettantistico, che è la
linfa irrinunciabile del professionismo. Incoraggia i tuoi figli a cimentarsi,
insegnagli che partecipare è sempre più importante della
vittoria, ma che ogni tanto vincere fa bene. E pure perdere. Quando racconterai
le partite alla gente, pensa sempre al mio barbiere napoletano, Carminiello,
che non capisce i termini difficili: il giornalismo non è sfoggio
di erudizione, il lettore deve anzitutto comprenderti>.
In marzo, prima che arrivassi, Palumbo aveva ceduto la sua poltrona a
Candido Cannavò, occupando quella di direttore editoriale. Così,
per un incredibile intreccio della sorte, io mi ritrovo ad essere l’ultimo
giornalista portato alla Gazzetta da Gino Palumbo e contemporaneamente
il primo assunto dalla lunga e gloriosa gestione Cannavò, durata
ben diciannove anni.
Inutile dire che proprio questa duplice investitura rappresenta per me
il massimo motivo di orgoglio di una carriera che sta proseguendo sulle
pagine rosa con lo stesso amore e lo stesso entusiasmo del primo giorno.
Ed è evidente come io segua questo torneo Palumbo con un’attenzione
speciale. Sono davvero grato a chi l’ha ideato e organizzato, cioè
i dirigenti dell’Alcione, e prometto che se dovessi diventare un
giorno il direttore della Gazzetta, i bambini che vi prendono parte potranno
finalmente vedere i loro nomi stampati accanto a quelli dei campioni.
In rosa.
NICOLA
CECERE |